Nessun preavviso

Ancora non mi capacito
di come sia potuto accadere:
come un uragano mi hai travolto
ed in egual misura mi hai spazzato via.

Odo dall’alto delle fronde
un battito d’ali
che come lancette di un orologio
sembra scandire il tempo
infinito che mi separa da te.

Al mio pensiero piace perdersi
inseguendo le nuvole
spinte dal vento impaziente
di mostrare a noi tutti il cambiamento.

E tu che agisci e pensi poco
mi hai etichettato e sei fuggito.
Silenzio improvviso
senza preavviso,
nessun preavviso.

 

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Settembre

La musica suonava emozioni dimenticate
ed il cielo tuonava commuovendosi.

Chi per fame e chi per zelo
assaporava i frutti acerbi
del reale albero della vita.

A settembre il tempo è in un limbo
che ti sembra quasi di soffocare :
Non riesci ad afferrarlo e non sai come lasciarlo andare.

 

Chi ci fa soffrire, in parte ci salva.

 

Siamo soliti credere che le persone possano rovinarci la vita provocandoci dolore

e che noi viceversa potremmo rovinare le vite altrui.

Potremmo lenire la ferita immaginando tutto questo come un ciclo, penoso ma utile in quanto ci permette di crescere.

Penso , infatti, che dietro una persona che ci ha fatto soffrire

si celi una grande opportunità di crescita personale;

perché stiamo male in realtà non tanto per l’offesa subita

ma piuttosto perché siamo stati messi a nudo,

scontrandoci con i nostri difetti e le nostre mancanze.

Ci troviamo così persi in un primo momento, indifesi ma straordinariamente posti dinanzi alla realtà.

Forse alla fine chi ci fa soffrire, in parte ci salva: ci salva dalla parte peggiore di noi stessi e ci aiuta a

cambiare.

Meglio dunque una persona che ti spoglia o una che continua a starti accanto per inerzia essendo

indifferente, non permettendo un tuo progresso?

 

 

Fu bello

Fu bello

nuotare scomposti

nella sola luce della luna.

Svelarsi i segreti riposti

argutamente in una teca bruna.

 

Fu puro

giocare ad amarsi

ogni giorno un nuovo sole

per poi ricordarsi

che alla fine si consumano le suole.

 

Polvere, raccogli polvere.

Aspiri briciole, fotogrammi

degli attimi vissuti insieme.

Scorrono lente le immagini,

provi a scacciarle dalla mente

come scacci una mosca.

 

Ma dimenticare è più difficile

di quanto tu possa credere.

E’ un paradosso:basta un attimo

per scattare un’istantanea,

una vita per dimenticarla.

 

Mi persi

Mi persi.
Per i troppi rimorsi
Per quei giorni trascorsi
a riflettere invano,
la vita stretta in una mano.

Mi persi.
Nei miei mille scrupoli
Ed a fiotti di luppoli
Lenti scendevano
i tarli che tanto mi logoravano.

D’un tratto poi
Trovai il tuo viso
Terso
(La chiave di volta
La vera rivolta).

Incrociai per caso
La tua mente
Lucente
(e un barlume di vita
illiminò la mia strada).

Così scorsi da lontano
La via
Per rimettermi in viaggio
Con un coraggio
Che non fu solo mio.

 

 

Angoli di mondo

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Son lì nascosti, come se volessero

essere colti dal solo occhio

sensibile.

 

Si scoprono per caso

In una giornata dorata

che risalta il loro antico sfarzo.

 

Angoli di pietra bionda e calda,

che al tramonto si veste

di rosee sfumature.

 

Un vicolo,un lampione

che adorna fiero un portone.

È tutto perfetto,il tempo si ferma.

 

Angoli di Barocco, che nonostante

non mi abbia visto nascere

adesso è divenuto una mia

 

seconda casa.

 

E porterò con me i tuoi colori

che mi riscalderanno il cuore

quando sarò lontana da Te.

 

Fuori c’é chi vive – Diario di un insicuro ( Parte 1)

Risa. Pianto. Pausa. Poi di nuovo risa.Vita. Ecco… Cosa è in fondo vivere, se non questo? Concedersi anche di sbagliare, non aver timore ed osare; tanto,mal che vada si impara qualcosa,mal che vada è stata un’ esperienza e almeno non sei rimasto fermo allo stallo di partenza. Si,teoricamente ne sono certa. Teoricamente son fin troppo brava, nella pratica mi perdo e questo accade da sempre. Osservo molto,agisco poco. È sempre stato il mio più grande difetto,o almeno credo. So solo che il mondo è bello lì fuori: la gente vive! E questo profumo di vita ha le note di un profumo dolce e sensuale, magari al patchouli. Una fragranza che ho sempre amato e alla quale ho sempre ambito; è un profumo che mi inebria, lo indosserei volentieri solo per annusarmi costantemente il polso. Ma al contempo è un profumo che non mi appartiene ,almeno fino ad ora.
Continua…

Lo zaino -Il viaggio di una vita-

Mondi DiVersi

Tempo fa feci un sogno che durò quanto un viaggio … Sognai che mia madre mi aveva affidato uno zaino dalle dimensioni discrete, non spiegandomi bene a cosa servisse. Ero troppo piccola per capirlo. O semplicemente era troppo difficile da spiegare. Lei disse di aver custodito quel dono da sempre. Lo aveva fatto al posto mio, ma ora toccava a me conservarlo gelosamente. Poi mia madre mi esortò a mettermi in viaggio e scomparve per sempre. Così feci: nonostante fossi piena di timori, presi a camminare, senza una meta precisa, col mio ‘nuovo’ regalo. Mi lasciai alle spalle i secolari ulivi della mia amata terra e la sua aria mite. Mi preparai a conoscere nuovi paesaggi, non senza un’iniziale nostalgia. Percorsi sentieri impervi, camminai lungo strade pianeggianti. Calpestai le felci odorose dei boschi ombreggiati ed ascoltai la voce degli alberi solitari, spesso più saggi di noi uomini. Gli alberi hanno…

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Lo zaino -Il viaggio di una vita-

Tempo fa feci un sogno che durò quanto un viaggio … Sognai che mia madre mi aveva affidato uno zaino dalle dimensioni discrete, non spiegandomi bene a cosa servisse. Ero troppo piccola per capirlo. O semplicemente era troppo difficile da spiegare. Lei disse di aver custodito quel dono da sempre. Lo aveva fatto al posto mio, ma ora toccava a me conservarlo gelosamente. Poi mia madre mi esortò a mettermi in viaggio e scomparve per sempre. Così feci: nonostante fossi piena di timori, presi a camminare, senza una meta precisa, col mio ‘nuovo’ regalo. Mi lasciai alle spalle i secolari ulivi della mia amata terra e la sua aria mite. Mi preparai a conoscere nuovi paesaggi, non senza un’iniziale nostalgia. Percorsi sentieri impervi, camminai lungo strade pianeggianti. Calpestai le felci odorose dei boschi ombreggiati ed ascoltai la voce degli alberi solitari, spesso più saggi di noi uomini. Gli alberi hanno sempre suscitato in me profonda ammirazione: le loro cortecce sembrano rughe di chi ha vissuto a lungo e forse custodisce la chiave dell’esistenza. Quanti cieli vidi sul mio capo. Appresi che essi sono proprio come noi: sanno essere sereni e talora anche adirati e alquanto pericolosi. Quante volte potei riconoscere l’antica e splendente costellazione di Orione, la cui presenza fu per me motivo di grande conforto, specie d’inverno. Spesso i cani furono miei graditi compagni di viaggio; talvolta stormi di rondini, coi loro disegni astratti, mi indicarono il cammino. Mi addentrai nei villaggi e conobbi persone di ogni sorta. Familiarizzai con mendicanti aventi il vizio del vino coi quali ebbi piacere di condividere la bevanda sacra a Bacco, dal sapore dolciastro e forte, che tanto mi riportò alla mente il vino della Puglia. Conobbi uomini dotti, che furono per me fonte di conoscenza e punto di riferimento nel tempo, seppur dovetti salutarli presto. Mi colpì uno di loro in particolare. Lo chiamavano l’ Anarchico: era l’abitante più anziano del piccolo comune di Chamois in Valle d’Aosta ; aveva una barba lunghissima e candida che si lasciava scorrere fra le dita quando faceva discorsi che lo prendevano. Gli piaceva la filosofia e mi portò ad amare tale scienza, dandomi l’addio con una frase di Bacone, quasi un’esortazione: ”Se un uomo è gentile con uno straniero,mostra di essere cittadino del mondo, e il cuor suo non è un’isola, staccata dalle altre, ma un continente che le riunisce”. Mi attraevano soprattutto i villaggi con paesaggi semplici,come nei quadri di arte naif. Mi piaceva lasciare i paesini col calar del sole e vedere le luci delle casupole spegnersi poco a poco ed il silenzio regnare sovrano fra le mura accoglienti delle abitazioni. In quel momento vi era un’atmosfera particolare, difficile da spiegare se non la si vive di persona. Quando ero stanca, riposavo un po’ giusto per riprendere le forze utili per il cammino che mi attendeva: l’erba fu per me un soffice e profumato letto e le stelle degli angeli custodi che vegliavano il mio sonno. Le acque fresche dei ruscelli mi diedero vigore e rinfrescarono il mio corpo e le mie membra. Certo, non va dimenticato che spesso fui colta da una tale malinconia e da un senso di solitudine logorante. Pian piano, però, mi abituai. La Musica fu una medicina potentissima: alleviò la mia sofferenza. Cominciai ad udirla ovunque. Vidi melodie comporsi fra le foglie, fra i sottili fili d’erba, che come infiniti pentagrammi si offrivano a tali composizioni. Scorsi la Musica nelle nuvole vaporose e nei sospiri della gente che incontrai lungo la strada. Mi sentii come un trovatore errante col compito di tramandare quest’arte, ispirato dalla bella Euterpe. Imparai a godere dei piccoli piaceri della vita, che spesso sono i più durevoli. Certi giorni li passai a riflettere sulla mia incredibile fortuna. Sapevo che non tutti gli uomini trovavano appagamento nella brezza fresca che accarezza i capelli, nelle gocce delicate di pioggia che scendono giù per il viso, come lacrime di gioia. Non tutti gli uomini provano soddisfazione nel saper attribuire un profumo al rispettivo fiore. Un giorno accadde una cosa strana: mi accorsi che il mio zaino si stava riempiendo. Ciò mi turbò profondamente, in quanto non credevo fosse possibile una cosa del genere. Difatti, prima di intraprendere il mio viaggio, avevo messo sulle spalle uno zaino vuoto e questo lo ricordo bene. Pensai dunque di aver perso completamente il senno. Ma subito scacciai questo pensiero dalla mia mente: non potevo fermarmi. Non sapevo bene quale fosse la mia meta. Forse non ne avevo una o molto più probabilmente faticavo a vederla. Una cosa era certa: in me cresceva sempre più una voglia irrefrenabile di viaggiare ed una sete di conoscenza senza pari. Viaggiare mi faceva sentire realizzata e conoscere era divenuto un bisogno primario, quasi più del cibo. Dunque continuai il mio percorso errabondo. Nel frattempo il mio zaino seguitava a riempirsi ed io collezionavo sempre più esperienze e conoscenze interessanti. Attendevo qualcosa,che sapevo sarebbe stato bello o comunque inaspettato e per questo affascinante. Così mi trovai su di un monte, a circa duemila metri di altezza. Non ero certa che quella fosse la meta, ma il mio zaino era pieno fino all’orlo ed io ero finalmente paga. L’aria era perfetta. Ormai potevo distendermi su quel prato fresco di montagna. Chiusi gli occhi e l’ultima cosa a cui pensai fu una poesia di un regista russo, A. Tarkovsky…

C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore.
Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta.
Così come non credo che si viaggi per tornare.
L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perché, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da sè stessi non si può fuggire.
Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio.
Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando.
Per questo l’uomo deve poter viaggiare
Nello stesso momento in cui i miei occhi si chiusero nel sogno, io uscii dallo stato onirico ed aprii gli occhi. Tornai nella realtà. Ero ancora un po’ scossa per quel sogno, del quale mi ricordavo quasi tutti i particolari, come se ne avessi serbato un’istantanea. Era un messaggio: avevo compreso che ciò che è importante nella vita, è che sia piena di esperienze. Bisogna riempire il più possibile il proprio “zaino” e non lasciare che rimanga vuoto, mentre il tempo passa inesorabilmente. Non conta un’ipotetica meta che ci si può prefissare . O meglio, non che essa non valga niente, però potrebbe poi rivelarsi una totale delusione; bisogna mettere in conto anche questo. Dunque ciò che è davvero essenziale, non è tanto la meta, quanto il sentiero intrapreso per raggiungerla. Forse stavo cominciando a capire la vita.
Iniziai a camminare…

Il giudice di me stesso

Sono un giudice.
Il giudice più spietato di me stesso.
Non faccio altro che giudicare costantemente la mia persona. Sono tristemente irrispettoso del mio essere : eppure so che, in quanto forma di vita, merito rispetto anch’io. Nonostante ciò, mi ostino a condannarmi per ogni minimo comportamento o pensiero, paragonandomi ingiustamente a chi credo sia sempre meglio di me.
Ma c’è una ragione per la quale sono così subdolo con me stesso: una cintura, una cintura di insicurezza stringe incessantemente il mio corpo; così, stretto da questa morsa,mi sento impotente nell’affrontare anche le più banali situazioni;non mi sento mai all’altezza e sono frenato dal fare nuove esperienze,rimanendo costantemente fermo e non avendo possibilità di crescere. Spero,però,che voi non crediate che io mi diletti a far tutto ciò: non è per nulla semplice vivere una vita così;è una lotta perenne,una lotta interna ( essendo incapace di esternare ciò che provo). D’altro canto, son convinto che ognuno combatta per qualcosa. Così, spero che voi possiate vincere le vostre battaglie. Ed io la mia, che sebbene possa sembrare banale rispetto a molte altre, a me crea non poche difficoltà.